(2° pagina) (Torna alla 1° pagina..) tra loro, senza alcun legame etiopatogenetico.
Sebbene l’attivazione cronica del sistema immune possa contribuire allo sviluppo di insulino-resistenza, diabete tipo 2 e aterosclerosi causando un’infiammazione subclinica nel tessuto adiposo, la presenza di anticorpi IgG, e in particolare di IgG4 “alimento specifico” non indica una condizione di allergia o intolleranza alimentare quanto piuttosto una risposta fisiologica del sistema immune all’esposizione ai componenti contenuti negli alimenti.
Pertanto, risultati positivi per specifiche IgG4 sono da considerarsi normali in adulti e bambini sani e misurare la risposta dei livelli di IgG4 a un alimento, così come valutare la tolleranza attraverso altri test in vivo è clinicamente irrilevante sia per la diagnosi di allergia e intolleranza alimentare che come strategia d’intervento nutrizionale per la riduzione ponderale in persone sovrappeso/obese.
I più recenti documenti di consenso nazionali e internazionali sottolineano come molti dei test utilizzati in alternativa a quelli riconosciuti dall’evidenza scientifica per la diagnosi di intolleranze e allergie alimentari difettino di razionale, attendibilità e validità clinica; per tali motivi non possono che essere considerati inappropriati e non devono essere prescritti né effettuati al fine di diagnosticare una condizione di allergia o intolleranza alimentare. Oltretutto, l’utilizzo inappropriato di questi test aumenta solo la probabilità di falsi positivi, con la conseguenza di inutili restrizioni dietetiche e ridotta qualità di vita.
Va inoltre sottolineato che le diete di esclusione non adeguatamente gestite e monitorate da un professionista sanitario competente possono comportare un rischio nutrizionale non trascurabile e, nei bambini, scarsa crescita e malnutrizione. Quando si intraprende una dieta di esclusione, anche per un solo alimento o gruppo alimentare, devono essere infatti fornite chiare indicazioni nutrizionali, al fine di assicurare innanzitutto un adeguato apporto calorico, oltre che di macro e micronutrienti. È indispensabile un idoneo follow up, con l’obiettivo di valutare la compliance alla dieta, individuare precocemente i deficit nutrizionali e, nei bambini, verificare che l’accrescimento sia regolare.
Un altro aspetto molto importante e spesso trascurato è infine rappresentato dal monitoraggio dell’eventuale superamento dell’allergia/intolleranza, per valutare la reintroduzione degli alimenti/gruppi di alimenti esclusi e reintrodurre la dieta libera. Essendo tali test spesso utilizzati per una diagnostica alla quale non segue un follow up ma “semplicemente” un elenco di alimenti da eliminare, nell’ambito dei quali il paziente/utente si trova a barcamenarsi spesso in maniera autogestita, tali diete vengono nella gran parte dei casi protratte per periodi lunghi senza alcun monitoraggio né dell’andamento clinico della “presunta” allergia o intolleranza, né tantomeno dello stato nutrizionale. Aspetto che assume ancora maggiore pericolosità se si considera che il fenomeno è molto in crescita anche in età pediatrica e che spesso le diete di esclusione vengono estese anche all’ambito scolastico, con le relative ripercussioni anche sulle componenti emotive e sociali che riveste il pasto a scuola.
Sulla base di quanto analizzato nel presente documento risulta evidente che l’utilizzo di regimi alimentari restrittivi, basati su test diagnostici di “intolleranza o allergia alimentare” per il trattamento del sovrappeso e dell’obesità è privo di qualsiasi fondamento scientifico e contribuisce non solo a determinare un rischio nutrizionale, ma anche al disorientamento dei pazienti che hanno bisogno di perdere peso, alimentando il fenomeno della “diet industry”, e rappresentando, inoltre, un costo diretto per i pazienti/utenti e indiretto per il Sistema Sanitario Nazionale, essendo la risposta terapeutica inadeguata alla necessità di cura. I medici e tutti gli operatori sanitari coinvolti nel trattamento dell’obesità hanno il dovere di informare i pazienti che l’uso di questi metodi non solo non è basato sulla scienza e non produce risultati a lungo termine, ma può essere molto pericoloso per la salute.
Nei pazienti obesi, per quanto difficile, è possibile ottenere un calo ponderale che persista a lungo solo se l’intervento terapeutico è multifattoriale e se l’obiettivo di perdita di peso da raggiungere non è eccessivamente ambizioso: anche un calo ponderale modesto, del 5-15% rispetto al peso iniziale, ha infatti indubbi effetti benefici sul profilo di rischio cardiometabolico.
Il trattamento risulta efficace se è indirizzato a modificare lo stile di vita attraverso l’adozione di diete non drasticamente ristrette in energia rispetto alla dieta abituale ed un incremento dell’attività fisica. I risultati migliori si ottengono utilizzando modelli alimentari che hanno un background culturale/tradizionale, come quello mediterraneo o che non si discostino molto da quelle che sono le preferenze del paziente, in associazione a un’attività fisica di circa 150 minuti la settimana».
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28/12/2016 Andrea Sperelli


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